L’omicidio di Massimo D’Antona

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20 maggio 1999. Fu un atto terroristico avvenuto a Roma che vide come vittima Massimo D’Antona, docente universitario e consulente del Ministero del lavoro, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse. Il professore, uscito di casa dalla sua abitazione di via Salaria, angolo via Po, a Roma, per recarsi al lavoro nel suo studio situato a poca distanza dal suo appartamento, viene freddato con 9 colpi di pistola dal commando di brigatisti formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce che erano nascosti – in attesa del suo passaggio – all’interno di un furgone parcheggiato al lato della strada. Il Corriere della Sera di venerdì 21 maggio 1999 titola: «Ucciso consigliere del governo, incubo terrorismo». Nell’articolo di fondo “Il vero bersaglio” a cura di Sergio Romano possiamo leggere: «Le sigle e le bandiere – nazismo, comunismo, messianismo religioso – sono soltanto pretesti con cui queste cellule impazzite cercano di dare visibilità e giustificazione ai loro crimini. Gli attentati, in questo caso, appartengono alla patologia delle società moderne piuttosto che alla loro storia politica».

Corriere della Sera di venerdì 21 maggio 1999

«In via Salaria erano appena le dieci del mattino e, in quell’angolo di strada, non c’era più Massimo D’Antona e non c’era una goccia di sangue. C’era solo la sua borsa di professore gonfia di libri e documenti, e un computer portatile e tre proiettili. C’era, da un lato, un Nissan Vanette e, dall’altra parte della strada, un Fiat Ducato. E più avanti del Nissan Vanette ì, c’era un cartellone pubblicitario. Massimo D’Antona era caduto lì, in quel metro a centodieci passi dal portone della sua casa, al 128 di via Salaria, stretto tra quelle quinte che gli assassini avevano come disposto con cura per mangiargli la vita senza essere visti»

Giuseppe D’Avanzo


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