Gabriele D’Annunzio

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1 marzo 1938. Muore Gabriele D’Annunzio, scrittore simbolo del decadentismo italiano. Muore per emorragia cerebrale mentre era seduto al tavolo da lavoro nella stanza della Zambracca della Prioria. Considerato geniale per la sua capacità di innovare lo stile letterario, esplorare profondamente l’esperienza umana, sfidare le norme e incarnare lo spirito di un’epoca di transizione. La sua eredità rimane rilevante nella cultura contemporanea. Nato nel 1863, a sedici anni – negli anni del collegio – pubblica la sua prima raccolta di poesie “Primo Vere” e dieci anni dopo “Il piacere”, il suo primo romanzo. Nel 1915 si arruola per la Prima Guerra Mondiale e, al termine del conflitto, si fa portavoce del malcontento per la “vittoria mutilata”, lo stesso che cavalcherà Mussolini per arrivare al potere. Nel 1919, con un clamoroso colpo di mano, la cosiddetta “marcia di Ronchi”, occupa Fiume, da dove i suoi legionari verranno cacciati, nel dicembre 1920, per ordine di Giovanni Giolitti, senza alcuna reazione da parte di Mussolini, che ormai considera D’Annunzio un peso. Deluso dalla politica, si ritira nella sua villa di Gardone Riviera, il Vittoriale. Sul Corriere della Sera di mercoledì 2 marzo 1938 il titolo a tutta pagina “La morte di Gabriele D’Annunzio. Il dolore del Duce e della Patria”. La prima pagina è interamente dedicata al Vate e, dall’articolo a cura della redazione, possiamo leggere: «…quest’uomo meraviglioso, multanime come Ulisse, benché assorbito dall’arte sua e travolto in turbinose avventure di vita, seppe sempre trovare il momento, il modo, le forme adatte per essere unito al tormento politico dell’anima nazionale».

Corriere della Sera di mercoledì 02 marzo 1938


«Non soltanto ogni mia casa da me arredata – io scrissi – non soltanto ogni stanza da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età della mia vita fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi, come uno dei miei drammi, come un qualunque mio atto politico o militare, come una qualunque mia testimonianza di diritta e invitta fede. Per ciò m’ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane»

Gabriele D’Annunzio


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