L’assassinio di Gandhi

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30 gennaio 1948. Muore a Nuova Delhi, il “Mahâtmà” (grande anima) Gandhi, uomo politico indiano attivo durante la guerra di indipendenza, ucciso da un fanatico indù che lo ritenne responsabile dell’indebolimento dell’India a causa del pagamento del debito al Pakistan. Dopo aver studiato legge a Londra, Gandhi si trasferì a lavorare in Sudafrica dove si occupò degli indiani immigrati. Fu proprio allora che cominciò a utilizzare il suo metodo di protesta basato sulla resistenza passiva e sulla non violenza che lo portarono a capo spirituale e leader dell’intera nazione e lo resero un mito carismatico immortale. Sul Corriere della Sera di sabato 31 gennaio 1948 – nell’articolo di fondo “Missione interrotta” a cura della Redazione – è scritto: «La grande anima di Gandhi ha lasciato le sue spoglie terrene. L’apostolo della non violenza muore per effetto di un atto di violenza. Con lui, vecchio ma non già decrepito per un uomo della sua razza e della sua tempra, scompare una forza morale che agli uomini delle generazioni successive potrà sembrare addirittura anacronistica e incomprensibile» […] «Gandhi rimarrà fra i sommi spiriti della nostra epoca, uno dei più difficili da studiare ed un esempio di inimitabile altezza morale. Grande indiano e al tempo stesso grande assertore dei valori della civiltà occidentale, l’uomo che conobbe e valutò al giusto il pensiero di Platone, di Mazzini e di Tolstoi, nella sua semi-secolare diatriba contro l’Inghilterra, dominatrice del suo Paese, non mancò, per il fatto stesso di sostenere il peso di un tale confronto e di un tale colloquio col mondo degli “usurpatori”».

Corriere della Sera di sabato 30 gennaio 1948


«Il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso»

Gandhi


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