Il caso Aldo Moro

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16 marzo 1978. Il giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse. In pochi minuti, sparando con armi automatiche, i brigatisti uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci) e i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi), quindi sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. Dopo una prigionia di 55 giorni, le stesse BR uccisero Moro il 9 maggio. Il Corriere della Sera di venerdì 17 marzo 1978 riporta a piena pagina la notizia. Nell’articolo di spalla a cura della Redazione possiamo leggere: «È inutile nascondere la verità, per amara che sia. Col sequestro dell’onorevole Moro, le Brigate Rosse hanno dimostrato una capacità di colpire superiore a qualunque previsione. Dopo una serie di attentati preoccupanti per la loro frequenza, ma rivolti verso bersagli non troppo protetti, questa volta si è rapito il leader indiscusso del più grande partito italiano, che, come tale aveva diritto ad una sorveglianza particolarmente attenta».

Il Corriere della Sera di venerdì 17 marzo 1978


«La efficienza dei terroristi è fuori discussione, ma è lecito chiedersi, fin da ora, se si possa dire altrettanto dei nostri servizi segreti e delle persone alle quali è affidata la tutela dell’ordine pubblico. Se è possibile rapire un uomo come Aldo Moro, ciò significa che nessun cittadino italiano può oggi sentirsi al sicuro, nella propria patria»

Redazione Corriere della Sera


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