Disastro dello Space Shuttle Columbia

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1 febbraio 2003. Nel corso della missione STS-107 – partita il 16 gennaio dello stesso anno -, la navicella spaziale Space Shuttle Columbia si disintegrò nei cieli del Texas durante la fase di rientro nell’atmosfera terrestre. Tutti e sette gli astronauti a bordo (sei americani e un israeliano) morirono. Fu la seconda volta che uno Space Shuttle veniva perso durante una missione: la prima coinvolse il Challenger nel 1986. Analizzati tutti i video della fase di decollo e recuperati i numerosi reperti della navicella a terra, la causa del disastro fu attribuita alla collisione di un pezzo di spugna isolante con il bordo d’attacco dell’ala sinistra dello Shuttle. L’impatto aveva creato una fessura così grande che il calore penetrò all’interno dell’ala e la struttura subì uno shock termico così forte da disintegrarsi, rendendo l’equipaggio ed il centro di controllo impotenti dinanzi a questa sciagura. Gianni Riotta sull’articolo di fondo “La tragedia e i simboli” in prima pagina del Corriere della Sera di domenica 2 febbraio 2003 scrisse: «Povera America. In un tranquillo sabato d’inverno, l’ultima superpotenza deve nuovamente piangere i suoi astronauti perduti, personaggi che ormai nulla hanno più di eroico, due righe appena quando il loro Shuttle decolla, una vita da mediano dello spazio, la gloria, la fama, l’orgoglio ritrovati solo davanti alla morte» […] «lo Shuttle Columbia, il più antico, veterano di 28 missioni, battezzato con il nome dell’eroe che ha svelato la via verso l’America, Cristoforo Colombo, finisce in mille pezzi che la Nasa prega di non esibire a mo’ di souvenir nel soggiorno di casa».

Corriere della Sera di domenica 02 febbraio 2003


«Questo giorno ha portato terribili notizie e una grande tristezza nel nostro paese. È stato perso il Columbia; non ci sono sopravvissuti […] «La causa per cui sono morti continuerà. Il nostro viaggio nello spazio andrà avanti»

George W. Bush


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